17:23 09-12-2025

Mar Nero: la verità sommersa della zona a idrogeno solforato

Scopri perché il Mar Nero nasconde una vasta zona anossica: stratificazione unica, batteri e idrogeno solforato. Cause, rischi e l’impatto dell’inquinamento.

Ogni estate la costa del Mar Nero ritrova il suo ritmo di vacanza: le spiagge si riempiono di bagnanti, i lungomare brulicano di voci, i venditori ambulanti passano con pannocchie e dolci. Davanti a un litorale così vivo, è facile dimenticare cosa ci sia oltre l’orizzonte.

Dietro quella quiete si nasconde però un sistema senza veri equivalenti negli oceani del mondo. Una porzione enorme del mare — circa il 90% del suo volume — è priva di ossigeno. In profondità, dove la vita non sopravvive, si accumula idrogeno solforato. Parliamo di quantità misurate in miliardi di tonnellate.

Gli scienziati descrivono questa zona come una delle caratteristiche naturali più insolite e, al tempo stesso, più inquietanti della regione: un promemoria che la bellezza in superficie può mascherare una realtà molto più complessa.

Quando il mare era un lago

Circa 7.000 anni fa, il Mar Nero era un lago d’acqua dolce. Il livello era molto più basso e sulle sponde vivevano comunità antiche. Poi i ghiacciai si sciolsero e il livello dei mari salì. Il Mediterraneo ruppe una barriera naturale e l’acqua salata cominciò a riversarsi nel lago attraverso il Bosforo.

L’innalzamento fu rapido: i geologi stimano fino a 15 centimetri al giorno. Gli organismi d’acqua dolce morirono e affondarono. Decomponendosi in un ambiente senza ossigeno, posero le basi della zona a idrogeno solforato che esiste oggi. Alcuni storici collegano quella trasformazione al racconto biblico del diluvio.

Due mari in uno

La struttura del Mar Nero non assomiglia a nessun’altra. Lo strato superiore — fino a circa 150–200 metri — è ricco di ossigeno e ospita pesci, meduse e plancton. Sotto inizia un altro mondo: più salato, più freddo e privo di ossigeno. Lì vivono solo batteri che degradano la materia organica producendo idrogeno solforato. Il confine tra questi strati, il chemoclino, è così netto da sembrare una linea tracciata tra il regno dei vivi e quello dei morti.

Perché gli strati non si mescolano

La densità è la chiave. L’acqua di fondo, più salata e pesante, rimane dov’è, mentre lo strato superficiale, più dolce, resta sopra. La geografia consolida la divisione. Il mare comunica con l’oceano attraverso il Bosforo, che è poco profondo: circa 27 metri. Per un bacino così grande, quel collo stretto non consente un vero ricambio di masse d’acqua. Secondo gli oceanografi, servirebbero diversi secoli perché l’acqua di superficie raggiunga il fondo.

Batteri che costruiscono uno strato pericoloso

Nelle profondità sopravvivono solo batteri solfato-riduttori. Ricavano energia dai solfati e rilasciano idrogeno solforato, il gas dall’odore pungente di uova marce. Le loro popolazioni sono immense — fino a un milione di cellule per millilitro d’acqua. Il processo non si ferma mai, e così la zona a idrogeno solforato continua ad ampliarsi.

Perché l’idrogeno solforato è pericoloso

L’idrogeno solforato è altamente tossico e agisce rapidamente. Ad alte concentrazioni può provocare paralisi respiratoria. Anche dosi ridotte irritano, causano mal di testa e attenuano l’olfatto — un effetto subdolo che rende il gas particolarmente insidioso. La storia registra rilasci tragici di gas di questo tipo, anche di origine naturale.

Quando il mare prese fuoco

L’esempio più lampante risale al 1927. Dopo il terremoto in Crimea, lungo la costa si parlarono di colonne di fuoco sopra l’acqua. Gli scienziati spiegano lo spettacolo con un improvviso rilascio di idrogeno solforato risalito in superficie e reagito con l’ossigeno; con ogni probabilità salì anche metano, amplificando l’effetto. L’episodio fu locale, ma mostrò quanto sia fragile l’equilibrio del mare.

La frontiera dell’idrogeno solforato si sta alzando

Le ricerche delle ultime decadi indicano un andamento preoccupante: la zona morta si sta arrampicando verso l’alto. Lo strato ossigenato si assottiglia mentre i fiumi convogliano in mare inquinanti. L’eccesso di nutrienti alimenta fioriture algali. Quando le alghe muoiono, più materia organica affonda, nutre i batteri e aumenta la produzione di idrogeno solforato. Anche i cambiamenti climatici contano, rendendo gli strati più stabili e il mescolamento verticale più debole. Quel lento innalzamento del confine assomiglia sempre meno a una curiosità e sempre più a un avvertimento.

Vita solo in superficie

Per via di questa struttura, la fauna del mare è più povera rispetto ad altri bacini. La zona profonda è completamente disabitata. Eppure le profondità anossiche conservano relitti affondati secoli fa: senza ossigeno, legno e metallo si degradano molto più lentamente.

Cosa attende il mare

Gli oceanografi considerano diversi scenari. Il più probabile è il continuo assottigliamento dello strato ossigenato. Ne risentirebbero la pesca e l’economia costiera. Eventi catastrofici di rilascio sono possibili ma ritenuti altamente improbabili. Restano però possibili disturbi locali della stratificazione in caso di terremoti. La tendenza può essere attenuata riducendo l’inquinamento, migliorando il trattamento delle acque reflue e ripristinando filtri naturali come zone umide e limani.

Mare dalla lunga memoria e dall’architettura complessa, il Mar Nero reagisce a tutto ciò che gli accade intorno — e oggi attraversa una fase particolarmente sensibile. Il suo stato è centrale per la stabilità ecologica della regione. Quanto con attenzione verranno controllate le fonti di inquinamento e sostenuti i processi naturali determinerà il futuro degli ecosistemi costieri. La vera domanda non è se il mare risponderà, ma se sceglieremo di accorgercene in tempo.